DeDeo

De Deo

Quando mi fanno la domanda, e capita non di rado, “ma tu credi in Dio?” confesso che mi sento molto imbarazzato, per diversi motivi. Il primo risiede proprio nella natura e nella formula della domanda. Adottando il termine “credi” la domanda stessa fa riferimento a una fede, a un’autorità che afferma l’esistenza di Dio e a cui si china il capo. E questo non mi piace perché ritengo che l’esistenza di un “Dio” – per determinare certezza, e non solo “credenza” debba essere dimostrata razionalmente. Se, quindi, la domanda fosse “sai se c’è Dio” potrei dare una risposta. Ma qui si pone il secondo motivo di imbarazzo: quando si pronuncia il termine “dio” facendo riferimento a una realtà “Dio” che si intende? Se, come è quasi sempre il caso della “nostra cultura”  si intende il Dio della Bibbia, della tradizione occidentale, fatta propria dal Cristianesimo, è un conto. Se si intende qualcos’altro occorrerebbe specificarlo, ma nessuno lo fa mai.

Allora io non  so se c’è Dio, perché non ho strade razionali sufficientemente certe e inoppugnabili che mi portino a lui. La scienza non è in grado di dimostrarlo (e mi si potrebbe giustamente obiettare che non è il suo compito) e le cosiddette prove filosofiche fanno acqua da tutte le parti, basate come sono sul principio di casualità (del tipo:” se c’è il mondo qualcuno lo deve aver creato” e via dicendo). Notiamo subito che il principio di casualità è proprio della nostra mente ed è indotto in noi dall’esperienza (se c’è il fumo, c’è il fuoco) e non è applicabile sic et simpliciter all’universo.

Cerchiamo di definire “dio” così come hanno fatto per secoli gli uomini, i dotti e i religiosi. Vediamo le loro definizioni: quasi sempre Dio è concepito come un uomo senza i limiti e i difetti dell’umanità, dell’essere uomo. Si applicano a Dio le caratteristiche umane (il sapere, la potenza creativa, la limitatezza della vita, la defettibilità) e le si amplificano all’infinito o le si negano: l’uomo sa in modo limitato e Dio, quindi, è onnisciente; l’uomo ha un certo potere sulle cose e Dio è onnipotente, l’uomo ha una vita limitata e Dio è eterno e così via. Per finire a dire che se l’uomo sta sulla terra, Dio è nei cieli. Non sfugge a questi limiti “intellettuali” nemmeno la Bibbia, scritta per gente che viveva più di duemila anni fa e che aveva una concezione del mondo ristretta alle terre conosciute e alla volta celeste. Cosa di più facile che non collocare Dio, l’eterno, aldilà di questa cortina di tenebre e di stelle? D’altronde Dante – nella sua concezione cosmologica – è fermo ancora lì e bisognerà aspettare Copernico perché qualcosa cominci a muoversi e a mettere in dubbio una concezione semplice, ma infantile, antropomorfa e con grandi limiti.

Limiti visibili nel fatto che, creato così Dio a nostra immagine e somiglianza (e non il contrario), diventava poi facile attribuirgli, come fa costantemente la Bibbia, caratteristiche emozionali del tutto umane: la collera, l’ira, la vendetta e, per contrasto il perdono, la compassione  fino all’amore. E, nei discorsi religiosi anche dei nostri tempi, si ritrovano pari pari espressioni che parlano di un Dio emozionale e sentimentale. Un Dio sempre più simile a un Grande Uomo Eterno, ma di per sé impossibile.

Un  Dio così è rigettato dalla ragione, soprattutto dalla ragione secolarizzata di oggi, che le scoperte e le conquiste scientifiche rendono edotta di situazioni ben diverse e infinitamente più complesse, a cominciare dalla collocazione dell’uomo nel mondo. Su questo ritornerò quanto prima.

Questa prima riflessione si deve chiudere con alcune osservazioni banali, ma sostanziali. La prima è che, se c’è una sostanza chiamabile “dio” – diversa e altra dal mondo – questa ha caratteri (e non può essere diversamente) del tutto inconoscibili e irraggiungibili dalla mente umana, né la mente umana è in grado di dire in che relazione sia il mondo conosciuto e non (l’Universo tutto) con questa sostanza “altra”. Perché la ragione umana ha dei limiti; se potesse raggiungere e comprendere Dio sarebbe illimitata. Come a dire “se Dio è, non è comprensibile a noi”. E qui si potrebbe chiudere il discorso.

Ma tale radicalità non soddisfa l’uomo che ha sempre trovato nella divinità un ancoraggio di spiegazioni a interrogativi, domande e ansie altrimenti prive di risposta. Domande del tipo: come mai esiste il mondo? Chi lo ha concepito e creato? E io che ci sto a fare? E quale sarà la nostra fine individuale e collettiva?

Dio è una comoda risposta, un utility interessante. Non voglio negare l’importanza e la pesantezza di queste domande per l’uomo. Perché il “non sapere” è frustrante e angosciante. Ma allora, se Dio esiste, perché ha lasciato l’uomo in preda al dubbio e alla non conoscenza? E’ un Dio sadico e cattivo? Niente di tutto questo: è che l’uomo le risposte se le deve cercare da sé, dentro di sé, nella relazione con i suoi simili e con l’Universo. Senza chiamare in causa Dio.

amospinoza, 9 febbraio 2010

DeDeoultima modifica: 2010-02-09T18:58:14+01:00da amoproust
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