la sofferenza

La sofferenza

La sofferenza è una realtà innegabile e onnipresente nella vita degli uomini, ma non solo, nell’universo intero. Il dolore è un dato universale che coinvolge tutti gli essere viventi, uomini e animali.

Perché la sofferenza e il dolore? Gli uomini tendono a sfuggire la sofferenza per sé, anche se spesso non si fanno scrupolo di infliggerla ad altri. Anzi, sembra che nella storia l’uomo, che aborre la sofferenza, abbia fatto di tutto per aumentarne il livello nella società e nei rapporti con i suoi simili.

Vi è un primo livello di sofferenza che viene dalla “natura”: gli eventi e le catastrofi naturali provocano infinite sofferenze. La vita stessa inizia con la sofferenza del parto e si svolge attraverso eventi dolorosi: le malattie, gli incidenti, la morte dei propri cari, la decadenza finale e la morte. La lotta dell’uomo come specie contro la sofferenza ha fatto passi da gigante: si pensi alle conquiste della medicina per combattere la sofferenza. Ma la sofferenza non è stata mai sconfitta del tutto e non lo sarà mai, si annida ovunque, anche nelle pieghe della nostra psiche.

Le religioni hanno creato miti e leggende per spiegare la sofferenza e il dolore. Quasi sempre all’origine viene posta l’ira di un Dio arrabbiato che condanna l’uomo e lo punisce per una qualche sua colpa. Si pensi al biblico giardino dell’Eden e alle conseguenze del peccato cosiddetto originale.

Si tratta, ovviamente di leggende, miti, che però hanno un merito: ci spiegano come l’uomo  abbia nostalgia di un luogo originario dove la vita è felice e priva di dolore, sia l’età dell’oro, sia l’Eden, sia i pascoli felici del cielo… E ci spiegano anche come l’uomo abbia dentro di sé il senso di colpa e il lutto di una perdita primaria irrecuperabile: l’eternità felice.

Da questi miti e leggende l’uomo si deve risvegliare e considerare la realtà: il dolore non è proprio della sua specie, ma appartiene al “male” che è diffuso nel mondo e che colpisce ampiamente anche tutte le altre specie viventi. Vita e dolore sono intimamente connessi, il “vivere” comporta un’eterna lotta contro il non vivere, in antitesi perenne contro le forze che congiurano contro la vita: lottare è soffrire, faticare, combattere, farcela.

La vita è un dono (se lo è) che ciascuno, sembra, si debba meritare; ogni essere vivente lo sperimenta ogni giorno.

Si può far risalire la sofferenza alla volontà di Dio? I credenti dicono di sì. La sofferenza come prova dell’amore divino, come riscatto dal peccato, come partecipazione alla sofferenza del Figlio di Dio. Io trovo che tutte queste siano aberrazioni proprie della Fede: non è pensabile un Dio perfetto che crea l’uomo per poi torturarlo  e metterlo alla prova, tentarlo, sfidarlo. E, se la prova, l’esame ha esito negativo, condannarlo definitivamente alla sofferenza eterna. Un bel sadicone infuriato, non c’è che dire. Un Dio impossibile. L’Inferno è la peggior fantasia perversa che l’uomo abbia mai potuto concepire; un luogo di sofferenze eterne, che  la letteratura e l’arte hanno interpretato nei secoli con capolavori mirabili. Dall’inferno dantesco alle raffigurazioni del Signorelli. Ma se qualcuno vuol veramente rabbrividire deve leggere “Daedalus” di James Joyce: le raffigurazioni gesuitiche dell’Inferno superano ogni immaginario perverso che si possa mai dare.

Dio non può aver originato la sofferenza; meglio non attribuirgli questa tremenda responsabilità antropomorfica. Altrimenti lo dovremmo chiamare in giudizio per crimini contro la vita. La sofferenza è una ragione per non credere in un Dio personale; la sofferenza è un dato della Natura, un misterioso elemento della vita che non ha spiegazioni, un mistero inconoscibile e insondabile dalla mente umana.

L’uomo ha, nella sua interiorità più profonda, un imperativo categorico che gli impone e gli richiede di lottare contro la sofferenza, di porvi rimedio attraverso la solidarietà e la scienza. Questo imperativo trova corrispondenza anche nel Vangelo: Gesù ha posto rimedio alla sofferenza dell’uomo, ha guarito i lebbrosi e gli storpi, ha ridato al vista ai ciechi, ha sfamato le folle, ha affrontato la “sua” sofferenza con fatica, con l’annichilimento di chi non comprende “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”.

Capire la sofferenza significa non rassegnarsi passivamente alla devastazione che produce, ma mettere in atto tutte le risorse umane possibili per attenuarla, ridurla, sconfiggerla. Forse un compito impossibile  ma il male di vivere non può e non deve far dimenticare il bene di vivere – l’opportunità che la vita offre di conoscere la bellezza del mondo e la fraternità dell’uomo.

amospinoza, 12 febbraio 2010

la sofferenzaultima modifica: 2010-02-13T11:04:30+01:00da amoproust
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