de sexto

De sexto

 

Mi è capitato fra le mani, non molto tempo fa, un libercolo di “morale” ad uso dei confessori, ancora utilizzato fino agli anni sessanta del secolo scorso. Mi dispiace averlo perso di vita, non averlo trattenuto. Un libretto paradossale e, a suo modo, umoristico per una mente laica ed aperta, ma triste e angosciante se vogliamo pensare ai suoi effetti perversi. Trattandosi di una specie di manuale per confessori, l’autore passa in rassegna i diversi comandamenti, per esplorare fin nelle minute pieghe i possibili e  potenziali peccati contro di essi. Quando giunge al sesto comandamento (“non commettere atti impuri” o “non fornicare”) l’autore, a dir poco, dilaga. Il capitolo “de sexto” occupa più della metà delle pagine del libretto ed è una vera raccolta di perle. Ci si domanda (in una specie di faq di quei tempi) se “la donna che si affaccia alla finestra mentre passa nella strada un suo spasimante, muovendo così i suoi peccaminosi pensieri, commetta scandalo e quindi peccato mortale” ; oppure, più avanti se “la donna che mostra la caviglia, sapendo di essere vista e sapendo di eccitare così lussuria, commetta pure peccato mortale” ; e ancora “se il cavaliere, cavalcando, coi movimenti del corpo, provi eccitazione sessuale, debba smettere di cavalcare, per non commettere peccato mortale…” e via dicendo. La risposta è quasi sempre “sì” (a parer dell’autore le donne, per non commettere peccato e non indurre al peccato, dovrebbero vivere blindate o almeno con doppio burka), mentre nel caso del cavaliere l’autore si destreggia salomonicamente dicendo che “se la cavalcata è di necessità, il cavaliere debba non corrispondere col pensiero alla lussuria del corpo ma possa continuare a cavalcare, ma se la cavalcata è per diporto e diletto, continuando e esponendosi così alla “polluzione”, debba considerarsi peccato mortale”. Peccato mortale quindi “inferno” in caso di non pentimento e quindi dannazione eterna. Se ci ricordiamo cosa significhi “inferno” per la tradizione cattolica, immaginiamoci l’abisso di colpa e di rimorso e di angoscia.

Noi stessi, ragazzi, educati dal catechismo e all’interno della morale cattolica, siamo cresciuti con un’idea peccaminosa e torbida del sesso; correvamo a confessarci dopo esserci masturbati o dopo aver spiato una compagna che si spogliava o faceva pipì; e il confessore spietato ci chiedeva e “quante volte” e “se con qualcuno” e “dove”, invitandoci a non farlo più, per non offendere Gesù e “non farlo piangere”. Tornavamo settimanalmente al lavacro confessionale, perché gli impulsi erano più forti, ma carichi di colpa e nel segno della dannazione. Il peccato, data la sproporzione tra il peso dato a quest’ambito (il sesso, il corpo e i pensieri di lussuria) e la leggerezza con cui venivano considerate le altre colpe – raro oggetto di confessione, per lo più considerate veniali – diventava così un fatto “unico”: le infrazioni al sesto comandamento. Che poi, in origine, credo recitasse “non commettere adulterio” e, al nono “con desiderare la donna d’altri” come comandi dati agli uomini e non alle donne (inesistenti, “ombre” nella tradizione biblica). Diventato “non fornicare” dall’uso romano delle meretrici di lavorare sotto i ponti (fornici), per cui non fornicare significherebbe “non andare a puttane” (sempre gli uomini, i maschi, perbacco!). Quindi peccato = lussuria = masturbazione, coito, atto sessuale anche solo col pensiero. Il che basta a segnare con il marchio di “sessuofobia” la tradizionale morale cattolica e la sua applicazione.

Mi si potrebbe dire e mi è stato detto che “oggi le cose sono cambiate, non è più così”. E lo credo, ma solo nella pratica del confessionale di preti e frati ormai edotti – quasi – di psicanalisi e portati alla “comprensione delle umane miserie” (ahimé, il tono è sempre negativo!!!). Perché, nella dottrina, nulla è cambiato: la Chiesa condanna ancora il sesso in tutte le sue forme, ritiene legittimo solo l’amplesso fra coniugi legalmente sposati nel vincolo del matrimonio, chiede la castità ai divorziati e separati, non permette (ufficialmente) i rapporti sessuali prematrimoniali. Insomma il sesso solo  finalizzato alla procreazione e stop. Sessuofobia che si accompagna a un  tasso sempre molto alto di maschilismo e misoginia, con la negazione reiterata e confermata del sacerdozio alle donne, come esseri potenzialmente impuri.

La sessuofobia ha profonde radici nel cattolicesimo. Non permea solo la morale e il costume, ma informa di sé anche la dottrina. Si pensi a tutta la dogmatica costruita attorno alla figura della madre di Cristo, che viene descritta e voluta come Vergine, perché Dio non poteva incarnarsi sporcandosi attraverso un  atto sessuale. Maria Vergine, anche se sposata, in barba ai diritti coniugali di Giuseppe, madre per opera diretta dello Spirito Santo. Dogmatica informata da pura sessuofobia.

Eppure, nei Vangeli, fondamento del Cristianesimo, non c’è traccia di tutto questo accanimento attorno al sesso. Gesù, se non erro, non ne parla mai. Cita i “puri di cuore” ma non sembra che pensasse alla sessualità. Gesù se la prende con gli ipocriti, soprattutto, gli imbroglioni, i  “ricchi” ingenerosi e avari, i simoniaci, ma non ha mai pronunciato una sola parola contro la masturbazione o l’amplesso. Gesù era un ebreo e presumibilmente era sposato (presso gli ebrei la condizione di scapolo e  single era sconveniente) e – quindi presumibilmente – ha avuto rapporti sessuali. I Vangeli non ne parlano come non parlano mai di altri aspetti della vita di Gesù perché i Vangeli sono focalizzati sulla predicazione morale (dell’ amore soprattutto, della carità e della fraternità) e non sulla biografia spicciola del Cristo.  L’unica apertura, squarcio su un episodio di vita sessuale è il perdono dell’adultera, condannata dagli ebrei alla lapidazione. Perdono, non condanna.

Quindi non sono i Vangeli la radice della sessuofobia e misoginia ecclesiastica. La radice è altrove, è forse nella reazione al clima decadente della Roma imperiale, per parlare dei primi secoli del Cristianesimo e, soprattutto, nel clima culturale repressivo della controriforma. La punta massima di sessuofobia e misoginia si ha con l’inquisizione, ma, se oggi non si bruciano più le streghe e gli omosessuali, non si rinuncia  a una dottrina morale infausta e bigotta, che è causa di allontanamento dalla cristianità di molti, che non “possono” aderire a una simile vergogna.

La riscoperta, da parte della Chiesa, del sesso come gioia e coronamento dell’amore, della sessualità come completamento e non miseria dell’uomo (il sesso-coito per la riproduzione è proprio degli animali), in poche parole della sessualità come espressione di una specie di amore (e non pura lussuria), forse aiuterebbe molto l’umanità. Sarebbe un giusto risarcimento dei secoli bui di repressione e angoscia in cui la Chiesa ha costretto i suoi fedeli, di “sensi di colpa inutili”, di paure e di alienazioni. Per non dire di come una concezione maligna e sporca del sesso sia quella che poi origina gli stupri e le violenze sessuali, le vere colpe, i veri delitti contro la persona, in quest’ambito.

Ma dubito che tutto ciò avvenga, perché il maschilismo, la misoginia e la repressione sessuale sono “funzionali” al potere, come la storia insegna e la Chiesa sa. Ma, al potere, la Chiesa non è disposta a rinunciare, mai.

amospinoza, 17 febbraio 2010

de sextoultima modifica: 2010-02-17T18:50:00+01:00da amoproust
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