Morte e dintorni

Morte e dintorni

 

Che cosa sarà di noi dopo la morte? Una domanda inquietante che ha visto, nei secoli, la platea degli uomini sbizzarrirsi in ipotesi diverse, su base religiosa, del proprio credo e su base scientifica. Anima immortale eterna, reincarnazione, la fine di tutto. Queste le tre ipotesi principali.

Che esista in noi un’anima immortale – destinata a sopravvivere al corpo – è credenza religiosa radicata nel Cristianesimo. Ma è un’ipotesi fortemente contraddetta dalla scienza, che non può interessarsi di fenomeni invisibili e irraggiungibili dall’esperienza, nemmeno può formulate tesi riguardanti il non sensoriale. La scienza, che è oggi capace di captare radiosegnali provenienti dallo spazio cosmico, non è mai entrata in contatto con un’anima umana sopravvissuta al corpo. Quindi non ne può parlare. Non solo, ma la scienza conferma che corpo e psiche sono due entità strettamente connesse e che, senza il corpo, la psiche non funziona, semplicemente non c’è. La nostra psiche (mente, pensiero, emozioni, sentimenti) è sostenuta da strutture corporali, sostanzialmente dai processi neuronali del cervello. I processi mentali non possono esistere senza le sinapsi, la corteccia e i miliardi di connessioni “elettriche” che risiedono nella struttura corporea del cervello, così come la memoria, gli stimoli sessuali, le sensazioni gustative, i sensi di colpa e via dicendo. Se esiste un’anima indipendente questa è una sovrastruttura che va oltre la psiche e non si capisce quale sia la sua funzione mentre il corpo è in vita. Noi sappiamo che, quando il cervello muore, non è più irrorato dal sangue come si deve, l’io, la persona non esiste più, semplicemente non è. Solo una fede ascientifica può sostenere l’ipotesi dell’anima  e della sua sopravvivenza oltre la morte.

La sopravvivenza oltre la morte corporea apre le ipotesi più stravaganti sul suo destino. Una cosa è certa: questa credenza è consolatoria per i giusti (un’eternità di pace e gioia) e tremenda per gli ingiusti (un’eternità di dolore, l’inferno). Ma come sempre succede gli ingiusti se ne fregano  tranne pentirsi in punto di morte (ma chi imbrogliano allora? Dio che li perdona o gli uomini che hanno offeso e fatto soffrire?) e i giusti tremano, pensando di non essere “giusti” quanto basta per l’accoglienza di Dio. Tutti siamo peccatori e nessuno è giusto al 100%. L’anima immortale apre scenari futuristici grandiosi ma insondabili per la mente umana (in quale non luogo dimorano i trenta miliardi di anime che hanno vissuto sulla terra? e qual è il loro status attuale in attesa dell’apocalisse?).

Siamo seri: stiamo ai fatti. L’uomo muore, il suo corpo si dissolve, le sue cellule, molecole, composti organici vanno a nutrire altri esseri viventi. Ciò che sappiamo è che la morte è la fine di un “io” strutturato e la riimissione della materia nella materia, nel ciclo della vita. In questo senso l’uomo non muore se non come “individuo”. Nulla si crea, nulla si distrugge.

Ma lo spirito? Lo spirito rimane nel senso che rimangono le “opere” dell’uomo, rimangono le sue tracce spirituali, il contribuito che ciascuno ha dato alla crescita della civiltà, le opere dell’arte, del pensiero, della letteratura. Rimane il ricordo del contributo al bene che l’individuo ha operato. Rimane, purtroppo, anche il ricordo del male che lui ha fatto e rimangono le conseguenze, sui suoi posteri, delle sue azioni. La vera immortalità dell’uomo è qui, nella memoria storica. Come dice il poeta (U.Foscolo. da “I Sepolcri”)


anche la Speme,

ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

tutte cose l’obblío nella sua notte;

e una forza operosa le affatica

di moto in moto…


…non vive ei forse anche sotterra, quando

gli sarà muta l’armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure

nella mente de’ suoi?

Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi,

celeste dote è negli umani…


Affrontare la morte con la consapevolezza che è la fine di tutto, è cosa dura e crudele, da una parte, ma non significa necessariamente sofferenza. E’ preferibile morire nel terrore di un giudizio di Dio, di un’immortalità indefinita, oscura, di cui non sappiamo nulla, la cui natura ci sfugge, come ci sfugge tutto ciò che non è oggetto di esperienza sensoriale?

Forse è meglio morire, sapendo che la propria impronta rimane, benefica, se si è operato bene, se si è scelta, globalmente, anche in mezzo a molti errori, la via della giustizia e della solidarietà umana. Che muoiano male i malvagi, la cui coscienza rimprovera loro i misfatti compiuti. Che sia cancellata la loro memoria e muoiano così definitivamente.

Non so, come tutti a questo mondo, come morirò: se dopo una lunga malattia, se soffrendo o no, se di un  colpo, se travolto da un’auto in strada, se solo o in un letto vicino ai miei cari. Ma vorrei (anche se la debolezza della fine non mi fa certo della possibilità di questa mia intenzione) morire, con la consapevolezza di entrare nel regno dello spirito dove tutto è luce e sapienza, dove non esiste più la possibilità del male, dove non c’è spazio e tempo, ma solo l’attimo presente del morire “bene”. Si ritorna al flusso dinamico dell’essere, si ritorna là da dove siamo venuti, per incarnare un fenomenico “io” transeunte e provvisorio.

La morte è un passaggio necessario comune agli essere viventi: ma la vita non finisce con la morte individuale: continua nell’Universo, la nostra patria.

 

amospinoza, 17 febbraio 2010

 

Morte e dintorniultima modifica: 2010-02-19T19:05:00+01:00da amoproust
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