emozioniamo

CHIAMALE, SE VUOI, EMOZIONI…

“Emozioniamo?” dice il preadolescente bulletto alla ragazzina oggetto del suo corteggiamento… un invito a esperienze precoci? No, il riferimento è a una semplice bibita all’interno di uno spot pubblicitario anni ’80. Se assumiamo come riferimento queste due citazioni, le parole famosissime di una canzone di Lucio Battisti, nel titolo, e lo spot pubblicitario della famosa aranciata, citazioni non freschissime, datate, ci accorgiamo come il bisogno di “emozioni” e di emozioni forti, nella nostra società, pianificata, tecnologica e pragmatica,  sia ormai un fatto consolidato da tempo.

Il quotidiano annoia; la mancanza di vere sorprese nella vita di tutti giorni, monotona, sempre uguale a se stessa, scadenzata , per l’uomo medio, sul ciclo sonno, lavoro, ritorno a casa, televisione serale,  con la sola prospettiva “drammatica” di un identico giorno dopo, esige la ricerca, da qualche parte, di fatti emozionali, di scariche di adrenalina  che ridiano senso all’esistenza. Senso vero? Ne dubitiamo, ma certamente l’effetto di una folle discesa in auto a “fari spenti nella notte” è simile a una roulette russa: i battiti del cuore accelerano, le gambe tremano, il sudore agghiaccia la fronte, la mente è percorsa da pensieri fulminei, diversissimi tra loro (vivrò…morirò?… cosa sarà di me?)… sensazioni tali da compensare ampiamente un’estenuante settimana di routine.

Il bisogno di emozioni sembra, quindi, direttamente proporzionale alla monotonia della propria esistenza; colui che può dire “non ho tempo per annoiarmi” perché ha un lavoro, una professione varia e appagante, appare come un privilegiato, un’eccezione. La regola è la piattezza  e il grigiore e, di contro, la ricerca di emozioni forti, di veri e propri choc: dove?  Nel tempo libero. 

I giovani sembrano ormai i portatori (non sempre sani) di questa ideologia: le discoteche e i momenti del divertimento (dai videogiochi agli stadi) sono – per definizione – i luoghi dove si abbandona lo standing dell’individuo compassato e rispettoso delle regole, per assumere la disinibizione del primitivo che si abbandona all’orgia delle urla, delle volgarità e della legge del più forte. Il mondo della pubblicità è una continua ovazione all’emozione forte e insolita Una campagna che non riesce a trasmettere brividi di paura o di erotismo è una campagna “debole”. Lo stesso modo “giovane” di comunicare è ormai un gergo  che ha solo la parvenza del linguaggio convenzionale: gemiti, urla, espressioni fumettistiche e “emoticon” (le faccine con le più svariate espressioni, che non a caso si chiamano così) infarciscono chat e messaggini SMS.

La parola “emozione” domina – quindi – come  imperante ricerca del nostro tempo; forse ispira anche la politica e i governanti (e Dio non voglia che anche la guerra sia, tra l’altro, uno spettacolo “diversivo” per i popoli affamati di nuove scosse emozionali).  Certo, una reazione – in questo senso – “sana”  alla grigia pianificazione dell’esistenza, ma anche una paradossale risposta alla ricerca di sicurezza e stabilità, come se l’uomo, nella sua versione “occidentale”, dopo aver vinto la secolare battaglia contro gli imprevisti, le malattie, la fame, la miseria, si scopra “vuoto” e privo di veri obiettivi. Ma perché?

Mi è venuto tra le mani un libriccino edito da Vita  e Pensiero di  Michel Lacroix (“Il culto dell’emozione” – 2002 – pag. 159) che, attraverso un’analisi storica, sociologica e anche “morale” tenta una risposta a questo problema.  Accanto all’homo sapiens – dice Lacroix – oggi compare la forza dell’homo sentiens. Legittima comparsa, deviata però  alle sue estreme conseguenze nella ricerca delle “emozioni forti”, quelle legate ai rischi, alle catastrofi e ai massacri, da una specie di regola del mercato. Le emozioni forti sono facilmente fruibili, si bruciano in un attimo, sono “oggetti di consumo”  che si possono anche comprare. L’emozione forte, da choc, è contenuta in una pasticca, nella pressione su un acceleratore,  in un grilletto, in uno spot di 30”.  Ma, dice Lacroix, questo mondo concentrato e adrenalinico è la caricatura delle vere emozioni che hanno, come regola e naturale scenario, la durata nel tempo. Ed è il tempo (sacrificato alla noiosa quotidianità) che manca all’uomo contemporaneo.

Di nuovo paradossalmente – quindi – questa ricerca di emozioni forti è funzionale al mantenimento omeostatico di questa società apparentemente ordinata, pianificata e regolata al millesimo; una nuova società, veramente alla ricerca di “emozioni autentiche” è la società che lascia spazio ai tempi della contemplazione e della meditazione riflessiva, che sottrae l’individuo al ciclo perverso noia – choc/choc – noia.  Nell’emozione choc il rapporto con il mondo rimane orientato all’azione, al fare; l’emozione contemplazione  o emozione – sentimento  “permette di godere il sapore del mondo”.

Ovviamente l’autore non ci dice come  convertire la ricerca (per le masse, non per pochi) dell’emozione “choc” in disponibilità verso la contemplazione della bellezza del mondo. Dice solo, in conclusione, che dovremmo, tutti, diventare ipsistari: coloro che, ricordati da Goethe, animati da un forte senso religioso privo di “culto”, si dichiaravano pronti a “stimare, ammirare, venerare qualsiasi cosa eccellente e perfetta avessero potuto conoscere”. Unico loro credo: l’ammirazione.

 

Il ritorno all’emozione (propria dei nostri tempi) rappresenta – quindi un pericolo ma anche una potenziale ricchezza; non possiamo che invocare l’educazione alla sensibilità del bello e alla riscoperta del mondo come fonte continua “in sé” di “emozione”, come possibile avvio verso la svolta e la riconversione. Ma sarà un cammino lungo e difficile, sul cui esito positivo mi permetto di avere qualche riserva, se non di essere pessimista.

Forse bisognerà attendere che compaia la “noia” delle forti emozioni, l’overdose da “choc”: l’uomo nuovo dopo la catastrofe?

 

Mario Lucchini

emozioniamoultima modifica: 2010-03-26T12:56:39+01:00da amoproust
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